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Ma chi era Bud Spencer? Eccolo svelato in un’intervista fatta da Poliziamoderna


Roma, 29 giugno 2016 – In Campidoglio a Roma a ricordare Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer anche una delegazione delle Fiamme Oro, gruppo sportivo della Polizia di Stato, per omaggiare e deporre dei fiori ai piedi del feretro dell’attore scomparso il 27 giugno a Roma all’età di 86 anni. Carlo Pedersoli e’ stato un atleta di nuoto delle Fiamme Oro.  

Di seguito un’intervista rilasciata da Bud Spencer a Poliziamoderna, rivista ufficiale della Polizia di Stato.

Da recordman sportivo a cantautore, tutto quello che avreste voluto scoprire di Bud Spencer ma non avete mai avuto il coraggio di chiedergli

Alla nascita pesava sei chili e ora, poi ultraottantenne, centoventicinque. Per tutta la vita ha mantenuto una fisicità montagnosa. Impossibile non notarlo. Impossibile non riconoscerlo. Bud Spencer ha “riempito” i grandi schermi del pianeta con cazzotti e risate: i film da lui interpretati sono stati visti da Fidel Castro, come in tutti i Paesi Arabi e in Asia ha spopolato dopo Piedone ad Hong Kong. In Germania pullulano i fan club, mentre in Italia lo hanno finalmente omaggiato del David di Donatello alla carriera. Ma per chi ama lo sport rimane sempre il grandissimo nuotatore Carlo Pedersoli, il primo atleta nostrano a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero, campione nazionale per dieci anni consecutivi, all’inizio dei quali mosse le sue potenti bracciate per il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, quando le Fiamme oro non esistevano ancora ma sarebbero nate di lì a poco. Nonostante siano trascorsi tanti anni da quando Carlo vestì la tuta dai colori cremisi, il suo legame con la Polizia di Stato è ancora fortissimo. Forse perché si riconosce più come sportivo che come attore. Anzi in lui lo sportivo confligge con l’attore. Tanto che per rimettere le cose a posto c’è voluto un libro autobiografico, scritto assieme a Lorenzo De Luca per i tipi della Aliberti editore, Altrimenti mi arrabbio. Titolo minaccioso di cui Poliziamoderna chiede timorosamente conto al mitico Bud-Carlo in un incontro nello studio di Via Archimede a Roma.
Perché si dovrebbe arrabbiare? Lei ha avuto una vita ricchissima, è stato un grande sportivo, ha scritto canzoni, fatto lo sceneggiatore, costruito strade, guidato aeroplani, girato il mondo a ritmo di ciack…
Come spiego nel libro è Carlo Pedersoli ad arrabbiarsi con Bud Spencer che lo oscura, pigliandosi troppo spazio e troppi onori immeritatamente. Bud Spencer è nato perché il pubblico lo ha creato e ne ha decretato il successo ma non mi appartiene, mentre Carlo Pedersoli è stato pugilatore, lottatore, rugbysta e, infine, atleta acquatico di rango olimpionico (Helsinki, Melbourne, Roma,): dieci anni centravanti del Settebello, la nazionale di pallanuoto, il primo a scendere sotto il minuto nello stile libero. Ho dato tanto allo sport e lo sport ha dato tanto a me, insegnandomi principi e valori su cui ho fondato la mia esistenza.

Qual è l’insegnamento cardine avuto dall’attività agonistica?

Paradossalmente la mia prima grande vittoria nello sport è stata imparare a perdere. Saper accettare la sconfitta. Riconoscere la bravura dell’altro e, di contro, i miei limiti. Quindi lavorare su di essi per migliorarmi. Sono pilastri su cui si è basato il mio percorso di crescita come persona.

Alla celebrazione del Cinquantenario delle Fiamme oro nel 2004, ai festeggiamenti per le favolose medaglie conseguite alle Olimpiadi del 2008, come ad altre manifestazioni importanti, lei è stato invitato ed ha sempre partecipato. La Polizia di Stato le è affezionata, ricambiata, non c’è che dire, dallo stesso calore. Come se lo spiega?

Sicuramente perché la mia appartenenza ai gruppi sportivi della polizia – andavo ad allenarmi nella piscina della Caserma di via Guido Reni – è stata un’esperienza fondante, seppur breve. Lì ho imparato a unire lo spirito agonistico dello sport al senso della legalità, della correttezza e del coraggio. Perciò sono rimasto sempre un atleta in maglia cremisi, almeno nell’animo e nei comportamenti. Da allora la divisa rappresenta per me qualcosa di pulito che, purtroppo, nella mia terra natìa, il napoletano, si sta volatilizzando.

Però i successi in piscina non sono bastati ad accontentare Carlo Pedersoli?

No, infatti. A 28 anni mi strappai dai Parioli e dalle feste romane del sabato sera. Era troppo splendente e allo stesso tempo troppo scontato quello che mi succedeva. Io non sapevo se ero coraggioso, geloso, pavido, insicuro, invidioso, iroso… Fino a quel momento avevo vissuto nell’ovatta meravigliosa di campione, con belle donne, lussuosi alberghi, viaggi in tutto il mondo: mi sono dovuto mettere alla prova per capire me stesso. Perciò sono partito per il Venezuela andando a vendere automobili a Caracas, prima, e poi a lavorare per una società che costruiva strade in Amazzonia. Anni duri che mi hanno fatto scoprire chi fossi nel bene e nel male.

Tutti vorrebbero avere un amico come Bud Spencer che li proteggesse dalle ingiustizie. Nei film il suo personaggio è sempre dalla parte dei più deboli. È così anche nella vita?

Sì, ci sono diventano dopo quell’esperienza in Sudamerica. Tra i tanti premi, certificati, diplomi, fotografie con dediche importanti che sono in questa stanza quello a cui tengo di più è l’attestato d’investitura ad ambasciatore Unesco nel mondo per la difesa dei diritti umani in particolari dei bambini che sono fonte di verità e bellezza. Ho avuto la gioia di tre figli e cinque nipoti e amo passare il tempo con i più piccoli oltre a fare qualcosa per loro. Per esempio, ho appena terminato una campagna d’informazione sulle miopie gravi nelle scuole elementari, patrocinata dall’Unione italiana cechi. E adesso mi accingo a farne un’altra contro la droga. Ho già partecipato ad un incontro con il campione del pallone Ivan Cordoba, organizzato da Polizia di Stato e Ambasciata colombiana per lanciare una campagna contro la cocaina. Posso dire sinceramente che non mi sono mai drogato né ubriacato. Ho sempre voluto essere cosciente e lucido, preferendo assumermi la responsabilità dei miei sbagli: è il concetto che vorrei trasferire ai giovani.

Inevitabile chiederle quanto vede in pericolo lo sport a causa del doping.

Il colore della cocaina l’ho visto per la prima volta nella mia vita sul set di Piedone lo sbirro perché né in piscina né in altri ambienti agonistici ai miei tempi ho mai scoperto qualcuno a drogarsi. Purtroppo lo sport adesso è quasi finito, ormai è solo spettacolo, decine e decine di atleti si sono usurati e intossicati per la smania e l’ossessione di vincere. Perché in questo star system che è diventato lo sport chi arriva secondo è un imbecille. Trovo pericolosi tutti quei commenti esacerbati sulla nazionale di calcio alla World Cup: condannare i giocatori perché “devono” dare dei risultati significa pretendere che siano macchine, perfetti, infallibili. A un calciatore che costa 9 milioni di euro gli guardano in bocca come ai cavalli per vedere se ha problemi di salute, altrimenti non viene comprato… Non siamo forse ritornati al mercato degli schiavi?! Schiavi d’oro, in questo caso.

A primavera a lei e a Terence Hill è stato consegnato il David di Donatello quale riconoscimento della lunga carriera, dal ’67 al ’94, da attori di spaghetti western. Come spiega il successo di questo filone oltre che della vostra coppia?

Tengo più all’Unesco che al David, però ammetto che è stato un premio importante visto che in realtà non sono mai stato un attore professionista bensì un dilettante. Due anni dopo la serie di Trinità, il signor Mel Brooks fece lo sceriffo negro con la sella di Gucci in Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Per me e Terence Hill è stato un orgoglio aver creato un genere, il comic western, dove non moriva nessuno e nessuno si faceva male veramente. Durante le scazzottate tutti si rimettevano in piedi, senza spargimento di sangue. Il pubblico godeva del fatto che menavamo a tizi arroganti e prepotenti che se la prendevano con le donne, i bambini, gli anziani, i malati. Ma non c’era giustizialismo violento in questo. Era tutto comico pur non essendo né io né Terence realmente comici. Abbiamo copiato dal cinema muto, da Buster Keaton, Chaplin, Oliver Hardy che non parlavano però quello che facevano era comico: comicità gestuale, questo il nostro segreto. A noi ci veniva naturalmente.

Il cazzottone a rincarcagnata è l’unica arma, peraltro vincente, che sfodera nei film. Che rapporto ha avuto nella vita con pistole, fucili e coltelli?
Ho il porto d’armi e una pistola calibro 9 che sta smontata in seimila pezzi e i proiettili in un altro posto. Ma cerco di non usarla: prima vado con le mani. Mi conforta la forza fisica sviluppata con lo sport. Ne ho fatti di tutti i colori sono nato pugilatore, poi ho fatto il lottatore e il rugby. Le armi non le amo e in particolare leverei di mezzo tutti i cacciatori.

La fortunata serie di film con Piedone lo sbirro, il serial tv Detective Extralarge, in ultimo I delitti del cuoco. Molte sue fiction la vedono poliziotto. Se l’avesse fatto nella vita che tipo sarebbe stato?

Anni fa avrei fatto l’agente che sta in strada, come in molti miei film. Adesso con gli avanzamenti della scientifica, ma anche con l’avanzamento dell’età, mi affascinerebbe stare in laboratorio tra microscopi e apparecchi tecnologici. Pur non essendo un poliziotto nella mia esistenza di delinquenti ne ho incontrati molti, soprattutto in Sudamerica, quando lavoravo nella giungla amazzonica. Ho sperimentato che l’uomo tende a dimenticare, pur avendo fatto cose tremende si autogiustifica. Per cui ho coniato due aforismi “rivisitati”: Ave canem e cave caesar, Mangio ergo sum. In pratica quello a cui bisogna fare attenzione è l’uomo, l’unico animale veramente pericoloso per la sua stessa razza, perché la parte istintuale è sempre predominante nell’essere umano.

Visto che lei è un pilota provetto e ha posseduto una società di aeromotori, ci saremmo aspettati che avesse voluto fare l’elicotterista della Polizia di Stato…

Beh, certo sarei in grado. So pilotare il 212 e sono stato il primo ad usare il 412 appena uscito dalla fabbrica che è quello in dotazione alla polizia. Nel mio parco di aeroveicoli c’erano il 109, il dophen bimotore, l’ecureuil (lo scoiattolo). Poi ho anche competenza acquisita nella aereonautica. In tutto conto 2.000 ore di volo di cui 1.200 di jet e 800 di elica. Il club aereonautico mondiale mi ha conferito il diploma per aver sorvolato l’Atlantico in solitaria con un mezzo piccolo ad elica. Naturalmente a mia moglie quella volta dissi: «Cara sto via qualche giorno per sbrigare un affare in Canada».

Re dell’acqua e re dell’aria. E con le automobili come si comporta? Ha tutti i punti della patente?

Amo correre ma lo faccio solo nelle competizioni sportive. Ho disputato gare con la Renault, per esempio la Caracas-Maracaibo, il giro del Tigre in Venezuela. Mentre nella guida “civile” sono tranquillo. Ho tutti i punti della patente. Anzi sono una vittima della strada. Qualche anno fa mi hanno investito e rotto il femore ed ora ho una protesi di titanio.

Ha vissuto intensamente, cimentandosi in prove sportive e non. Nessun rimpianto?

Sì, uno. Il fatto di essere arrivato nono su 1.500 atleti alle Olimpiadi, che non è malaccio come risultato, ma sarei stato fra i primi 4 o 5 se non avessi fumato. Nello sport mi sono tolto grandi soddisfazioni, ho persino vinto un campionato di vela. L’unica cosa che non ho mai praticato è il calcio (ma non m’importa niente) e l’equitazione, per evidenti problemi di physique du role. Per il resto, forse mi manca da fare il cantante d’opera. Sebbene in campo musicale abbia prodotto diverse cose. Pochi sanno che ho scritto le parole di molte canzoni per Nico Fidenco e per Ornella Vanoni. Ad ottobre esce il mio primo cd autoprodotto. Tutte canzoni in napoletano. Napoli è sempre nel mio cuore.

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Fonte e immagini: Polizia di Stato
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