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Piero e Raimondo d’Inzeo: due fratelli, una leggenda

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Roma, 15 novembre 2017 – Dopo quattro anni di minuziose ricerche e lunghe interviste, e dopo il lavoro di stesura del testo e di organizzazione delle immagini, l’opera dedicata ai leggendari fratelli Piero e Raimondo d’Inzeo è finalmente terminata e pronta per soddisfare l’interesse e la curiosità dei lettori.  

Il progetto, promosso dalla Fondazione Vittorio Orlandi comprende un libro narrativo e un libro fotografico che insieme ripercorrono la vita e le imprese agonistiche dei due campioni azzurri raccontando la loro storia di atleti, di cavalieri, di uomini, di figli e di padri.

L’opera è stata presentata oggi, quarto anniversario della scomparsa di Raimondo d’Inzeo presso il salone d’onore del Coni a Roma nel corso di una interessante conferenza. La piacevolissima intervista all’autore del giornalista televisivo Marino Bartoletti, con corredo di  splendide immagini e fotografie d’epoca e di significative testimonianze, è stata un toccante revival delle gesta dei due grandi campioni, visti anche al di fuori dell’ambito prettamente sportivo. La cerimonia si è svolta  al cospetto delle più alte cariche istituzionali sportive (il presidente del Coni Giovanni Malagò e il presidente della Fise Marco Di Paola), presente Vittorio Orlandi, dinanzi una platea di oltre 200 ospiti tra cui i figli dei  D’Inzeo con le famiglie, autorità militari, giornalisti, addetti ai lavori, grandi nomi dello sport  e anche a molte delle persone che hanno offerto il proprio contributo finalizzato alla realizzazione del progetto.

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Umberto Martuscelli, sostenuto nei quattro anni di lavoro dalla preziosa collaborazione di Vittoria Smania, ha costruito un’opera narrativa ricca di approfondimenti, episodi, curiosità, retroscena, momenti di vita pubblica e di vita privata che si sono succeduti nel corso di un arco di tempo che prende avvio a partire dagli anni Trenta. Il volume biografico ora in uscita termina con la conquista del podio individuale da parte di Piero e Raimondo d’Inzeo alle Olimpiadi di Roma 1960: il completamento dell’opera avverrà con la futura pubblicazione del secondo libro, quello che coprirà l’arco di tempo compreso tra i Giochi Olimpici di Roma e la scomparsa dei due formidabili campioni azzurri.

Il volume fotografico (in grande formato e composto da quasi un migliaio di immagini) esce ora con i testi sia in italiano sia in inglese, mentre di quello narrativo è in corso la traduzione ugualmente in inglese: l’uscita è prevista entro la prima metà del 2018.

I due libri sono in vendita presso il sito www.fratellidinzeo.it 

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Presentata ufficialmente l’associazione “Progettare con te”

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Napoli, 24 ottobre 2017 –  Giovedì 26 ottobre 2017, con inizio alle ore 17,45, presso l’hotel San Francesco al Monte in corso Vittorio Emanuele, 328 sarà ufficialmente presentata l’associazione “Progettare con te”.
L’impianto progettuale del sodalizio si snoda su alcuni concetti basilari rappresentati: dall’interesse e l’amore per i ragazzi e dalla certezza della possibilità di poter attivare percorsi di recupero per chi è in difficoltà, nonché la volontà di porre particolare attenzione alle problematiche che scaturiscono dall’immigrazione.
Il nostro progetto deve, cibarsi del territorio e del suo attore principale che è il comune, l’ente locale – afferma il presidente Antonio del Monaco – che costituisce il primo presidio, la prima Istituzione presente nel luogo della comunità”.
 
A fare gli onori di casa il generale di brigata (aus.) Antonio del Monaco, presidente  dell’associazione “Progettare con te”.
Al tavolo dei relatori siederanno inoltre: il colonnello (aus.) Nicola Gaglione, vice presidente; il dott. Roberto Palma, segretario ed il dott. Antonio Grilletto, giornalista e moderatore.
Previsti gli interventi tecnici sulla tematica del fenomeno immigratorio: dell’on. Michele Schiano di Visconti, consigliere della Regione Campania; di don Luigi Merola, Presidente dell’Associazione “A’ voce d’è creature” e del dott. Vincenzo Palma, già referente per il demanio dello Stato dell’allora direzione confische antimafia.
Per l’occasione sarà conferito il titolo di “Socio onorario” al dott. Giandomenico Lepore, già procuratore capo della procura della Repubblica presso il tribunale di Napoli e a don Luigi Merola.
(Antonio Grilletto)

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I lavori termineranno con un brindisi augurale con tutti i convenuti.
(Antonio Grilletto)

Caserta: al via la terza edizione della scuola di giornalismo investigativo a Casal di Principe

“Ucciso perché solo” 22-24/09 – Summer School Ucsi/Agrorinasce, III Edizione di Scuola di giornalismo investigativo / 6 Sessioni di approfondimento: Cutuli, Falcone, Mattei, Alpi, Don Diana

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Casal di Principe, 21 settembre 2017 – Inizierà domani, alle 15.00, la terza edizione della scuola di giornalismo investigativo organizzata dal consorzio Agrorinasce e dall’Ucsi Caserta a Casal di Principe, presso il Teatro – Parco della legalità. Diventata, di fatto, un appuntamento annuale di rilievo nazionale, la scuola di giornalismo investigativo – patrocinata anche dall’Ordine dei giornalisti della Campania, dal sindacato dei giornalisti nazionale e regionale FNSI e SUGC, dalla Fondazione POLIS e dall’Università di Caserta Luigi Vanvitelli – propone una programma intenso di approfondimento che quest’anno sarà dedicato ai casi Maria Grazia Cutuli, Giovanni Falcone, Enrico Mattei, Ilaria Alpi, don Peppe Diana. Per tutti un unico comune denominatore: “Uccisi perché soli”.

Indagini, storia e storie di depistaggi, resistenze, processi non ancora conclusi, tre giorni di studio sul primo maxi processo alla mafia, la procura nazionale antimafia e la guerra di Cosa nostra allo Stato con le stragi di Capaci e via D’Amelio; la giustizia sospesa al filo della prescrizione e il caso Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera uccisa nel 2001 in Afghanistan, per lei solo dopo quindici anni, nel 2016, è stato avviato il dibattimento; il caso Ilaria Alpi, inviata del Tg3 uccisa in Somalia nel 1994, per cui la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione; il caso Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, morto nel 1962, da apparente incidente aereo ad attentato e il caso di Don Peppe Diana, assassinato nel 1994 e di un testimone, Augusto Di Meo, considerato testimone oculare ma non testimone di giustizia.

Coltivare la memoria e la conoscenza come antidoto per la buona informazione e la legalità. È questo il senso di una iniziativa come la Summer School Ucsi che con Agrorinasce abbiamo voluto realizzare anche per scrivere una storia diversa da quella del passato. Ed è importante cogliere ciò che di positivo c’è oggi in un territorio come Casal di Principe – afferma Gianni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce – la scelta del titolo contiene un messaggio importante. Perché la solitudine e l’isolamento possono essere armi letali per chi, con il suo lavoro, percorre la strada della legalità. E lo stesso vale per i territori”. “Siamo venuti in periferia perché qui avvengono le rivoluzioni – dichiara il direttore della Summer School Ucsi Luigi Ferraiuolo –  e le periferie, come Casal di Principe, non possono essere dimenticate. E’ una scelta simbolica tornare in quella che è nell’immaginario di molti la capitale di Gomorra ed è un altro passo perché la Summer School Ucsi, scuola di giornalismo investigativo, diventi un appuntamento nazionale stabile per i giornalisti. La scuola è gratuita, si tiene in beni confiscati a esponenti della camorra, in cui oggi lavorano anche cooperative che operano nel sociale”.

L’apertura dei lavori con il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli, il segretario del Sindacato unitario dei giornalisti della Campania – FNSI Claudio Silvestri e il presidente regionale dell’Ucsi Pino Blasi, prevede due lectio magistralis: di Giuseppe Ayala Pubblico Ministero, i maxiprocesso a Cosa Nostra; già parlamentare e di Claudio Martelli, già ministro di Grazia e Giustizia nel governo Andreotti e promotore con Giovanni Falcone della procura nazionale antimafia. Sabato mattina si prosegue con Armando Borriello Presidente “Sindacato Unitario Giornalisti Campania – FNSI”, Leonardo Guarnotta, giudice istruttore i maxiprocesso a Cosa Nostra, e i giornalisti Francesco La Licata inviato de La Stampa, Antonio Roccuzzo caporedattore La 7 e Toni Mira inviato di Avvenire.

Il pomeriggio sotto la lente i casi Cutuli e Alpi con Leonida Reitano presidente Associazione Giornalismo Investigativo, Luciano Scalettari vicedirettore di Famiglia Cristiana; e il caso Mattei analizzato da Lorenzo Calò Caporedattore de Il Mattino di Caserta con Sabrina Pisu inviata Euronews e con Enzo Calia sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Milano che all’epoca in cui era sostituto procuratore di Pavia ha riaperto il caso sull’omicidio del presidente dell’Eni.

Domenica mattina, con Rosaria Capacchione senatrice, inviata de Il Mattino, Augusto Di Meo, Renato Natale sindaco di Casal di Principe e Raffaele Sardo giornalista de La Repubblica, attenzione puntata sul caso di Don Giuseppe Diana e sul contesto in cui è maturato il suo omicidio a Casal di Principe. Al termine della VI sessione, è prevista una visita nella sacrestia in cui il prete anticamorra fu assassinato.

Per scaricare il programma cliccare qui ——> PROGRAMMA

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Fonte: Uff. stampa Imma Laura Viggiano
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Quel fattaccio di via Curtatone

Riportiamo da fonte riservata…

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Roma, 26 agosto 2017 – “Dieci euro per coricarsi una notte nel palazzo occupato. Anche se su giacigli improvvisati o su brande accatastate in stanzette e corridoi. Sulla pelle dei disperati c’era chi provava a fare fortuna. Poteva fruttare migliaia di euro al mese il palazzo occupato da migranti e rifugiati sgomberato giovedì, in via Curtatone in piazza Indipendenza, dopo una mattinata da guerriglia urbana, chiusa con centinaia di sfollati e cinque arresti, con gli occupanti, per lo più rifugiati, che lanciavano bombole, sedie, bottiglie e sassi agli agenti in tenuta antisommossa.

Durante le fasi di sgombero sono state trovate delle ricevute con tariffe anche giornaliere. «Tre giorni al quinto piano, stanza 22. Trenta euro». A conti fatti per ogni famiglia, il gruppo di stranieri che per primo ha occupato l’edificio nel lontano 2013 richiedeva ad ogni nucleo familiare in cerca di sistemazione, anche temporanea, dieci euro al giorno. Ogni mese, con questo sistema, il gruppo non ancora identificato, riusciva a guadagnare una cifra variabile ma comunque compresa tra i 1.500 e i 2.000 euro. La documentazione è stata ritrovata durante lo sgombero. Al momento il materiale è nella mani dei carabinieri. Che da ieri si sono messi a caccia dei primi riscontri. Una ricevuta è intestata a un certo Gebru e risale all’aprile del 2016. w l’Italia 

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I giornalisti possono creare un caso dal nulla e, viceversa, ridurre al nulla un caso.
Lo riprova il caso (inesistente) dell’esclamazione “se lanciano qualcosa, spaccategli un braccio” proferita dal trafelato funzionario di polizia oggi crocifisso dalla stampa, che in nessun modo costituisce reato, visto che era manifestamente una mera esortazione ai propri uomini (in evidente sproporzione di uomini e di mezzi) a non cedere alla pressione della violenza di piazza.
Fare il comandante di uomini è soprattutto questo.
Dal punto di vista penale, il discorso è chiuso: nessun reato perché tutti hanno potuto percepire che non si trattava di un ordine e che, difatti, non è stato eseguito.
Sul piano disciplinare la questione potrebbe essere diversa perché la scala gerarchica potrebbe stigmatizzare il discredito cagionato all’istituzione, ovviamente non presso le persone ragionevoli, ma solo nell’ottica miope di chi non ha mai vestito una divisa né affrontato un servizio di ordine pubblico e non perde occasione di mettere sulla graticola i cittadini in uniforme (cioè gran parte degli opinionisti militesenti che giudicano il mondo dal divano di casa propria).

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In America, quel funzionario di polizia sarebbe piuttosto stato sanzionato disciplinarmente perché troppo cauto e quindi poco efficace, ma questo è un altro (vecchio) discorso.
Cosa farà allora il capo della polizia? Avrà il piglio di rammentare a tutti che “adgreditus non habet staderam in manu” (L’aggredito non ha una bilancia in mano, ndr) e mandare al diavolo chi invoca la flagellazione di un servitore dello stato per una frase, chiudendo al contempo un occhio sulle violenze rivolte per ore agli operai con le stellette? Francamente lo spero.
Si sa che buona parte degli italiani è molto indulgente con i lanciatori di estintori e di bombole alle forze dell’ordine, ma questa sarebbe decisamente l’occasione giusta per ricordare a tutti che i pazzi sono loro e che i poliziotti non si toccano.”

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Fonte: riservata - Immagini: tratte dal filmato della Polizia di Stato
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Federica Liberati, ex atleta dell’Esercito per un anno, si laurea per la seconda volta

(di Monica Palermo) Federica Liberati, ex atleta idonea per l’Esercito non arruolata poiché arrivata seconda al concorso VFP4 atleti, consegue la sua seconda laurea in “Management dello Sport”

 

Roma, 21 luglio 2017 – Roma, 20 luglio, piena giornata estiva, per strada poco traffico nonostante ci sia lo sciopero dei mezzi. Mi trovo fuori dall’Università degli studi del Foro Italico. Mi avvicino all’entrata.

Nell’ateneo oggi discuteranno le tesi sei futuri dottori in Management dello sport.

Io sono venuta per assistere a quella della già Dottoressa Federica Liberati, giovanissima atleta, scrittrice e musicista sempre sorridente e simpatica: è appunto pronta a prendere la sua seconda Laurea, con una tesi avente come relatore il magnifico rettore prof. Fabio Pigozzi della medesima università. La sala dove si discuteranno le tesi, l’aula Marinozzi, è gremita di parenti ed amici dei sei candidati. 

Federica è la prima, espone la sua tesi, ciascuno studente ha 10 minuti a testa per la presentazione: lei è precisa, puntuale. Il tema è “Le benzodiazepine: gestione dell’uso e dell’abuso nell’atleta di interesse internazionale”. Parla al microfono che all’improvviso cessa di amplificare la voce, senza titubanza continua nella sua esposizione, i minuti scorrono e il suo turno si conclude senza problemi.

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A turno tutti i candidati discutono la loro tesi. 

Appena tutti i ragazzi hanno terminato di esporre il proprio elaborato, i docenti della commissione valutatrice fanno allontanare loro e il pubblico presente dalla sala, al fine di rimanere da soli per trarre le conclusioni circa le valutazioni. Pertanto restano a porte chiuse. 

Nell’atrio si percepisce tensione, emozioni, trepidazione.

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Ecco che vengono invitati a rientrare. 

Gli studenti stanno in piedi di fronte alla commissione esaminatrice, li chiamano uno ad uno, vengono proclamati tutti dottori in Management dello Sport e viene detto loro il voto. Per prima sempre Federica Liberati, la quale si è laureata con 110 e lode. 

Le votazioni sono terminate, le tensioni si allentano e gli studenti escono per brindare e farsi le foto di rito con la corona di alloro in testa, insieme ai familiari e agli amici.

Piu tardi ho sentito Federica per complimentarmi con lei e le ho chiesto se potevo farle un’intervista, eccola.

– Federica può raccontare brevemente la sua esperienza con l’Esercito e come questa ha influito nella sua carriera?

“…è stata un’esperienza di vita bellissima! Non sono stata purtroppo arruolata poichè quando ho partecipato al concorso VFP4 atleti vi era un posto solo per la mia disciplina e io arrivai seconda. Allenarmi in caserma alla Cecchignola al fianco di atleti olimpici, andare ai raduni estivi, condividere con loro stanze, pasti, allenamenti, emozioni è stato qualcosa che difficilmente dimenticherò.

Ho imparato molto da loro, e la mia precisione e puntualità le devo prevalentemente a loro.

Penso sia soprattutto grazie all’Esercito e alle altre Forze armate che lo sport professionistico riesca ad andare avanti con onore.”

– Due anni fa la sua prima laurea, ricordiamo a chi ci legge su cosa era la sua tesi.

“Mi laureai in “Scienze motorie e sportive” con una tesi dal titolo “Dov’è il limite fra i benefici e i danni generati dall’esercizio fisico cronico? Relazioni fra pratica, dipendenza e funzioni cognitive.” Quindi tra la psicologia e la medicina dello sport.”

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– Cosa l’ha spinta a prendere la sua seconda laurea dottoressa Liberati?

“Ho preso questo secondo titolo di studio poiché vorrei proseguire nel settore Universitario, tentando il concorso al dottorato di ricerca sperando in un futuro da docente universitaria”

– “Le benzodiazepine: gestione dell’uso e dell’abuso nell’atleta di interesse internazionale”, ce ne parli un po’, come è nata questa ricerca, chi sono i professori che l’hanno aiutata in questa sua impresa, di quali aiuti si è avvalsa?

“Questa è la prima pubblicazione al mondo che associa le benzodiazepine allo sport, mi ha fatto da relatore il magnifico rettore prof. Fabio Pigozzi, presidente di tutti i medici dello sport del mondo e membro fondatore della WADA (agenzia mondiale per l’anti doping). Bisogna studiare che effetti hanno questi farmaci sulla prestazione sportiva e io ho voluto introdurre l’argomento per proseguirlo nel dottorato di ricerca, ammesso che io passi il concorso. Sono stata seguita da 3 professionisti del settore, prof. Paolo Borrione, prof.ssa Emanuela Ciminelli e prof. Federico Quaranta: tre medici fantastici senza dei quali non avrei potuto compiere la mia impresa in questo modo e pertanto a loro, e al magnifico rettore prof. Fabio Pigozzi, vanno i miei più sentiti ringraziamenti.”

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– Ora cosa pensa di fare dopo questa seconda laurea? Ho percepito che vuole intraprendere il percorso del dottorato, ho sentito bene?

 “eheheh!!! si! Ha sentito benissimo. Il concorso sarà a Settembre e io adesso devo stendere un progetto di ricerca e appunto vorrei approfondire la correlazione tra Benzodiazepine e prestazione sportiva, assieme ad altri aspetti dell’attività fisica e dei benefici per la salute.”

– Vuole ringraziare qualcuno in particolare?

“Ringrazio il magnifico rettore prof. Fabio Pigozzi per avermi dato la possibilità di muovermi in tutta autonomia su questo settore inesplorato e per avermi fatto da relatore, cosa che non ha mai fatto. Poi i professori Borrione, Ciminelli e Quaranta che mi sono stati vicini fino alla fine. Ringrazio infine tutti coloro che mi sono stati vicini.”

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E noi della redazione non possiamo che augurare un Ad maiora! alla dottoressa Federica Liberati.

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Ma chi era Bud Spencer? Eccolo svelato in un’intervista fatta da Poliziamoderna

Roma, 29 giugno 2016 – In Campidoglio a Roma a ricordare Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer anche una delegazione delle Fiamme Oro, gruppo sportivo della Polizia di Stato, per omaggiare e deporre dei fiori ai piedi del feretro dell’attore scomparso il 27 giugno a Roma all’età di 86 anni. Carlo Pedersoli e’ stato un atleta di nuoto delle Fiamme Oro.  

Di seguito un’intervista rilasciata da Bud Spencer a Poliziamoderna, rivista ufficiale della Polizia di Stato.

Da recordman sportivo a cantautore, tutto quello che avreste voluto scoprire di Bud Spencer ma non avete mai avuto il coraggio di chiedergli

Alla nascita pesava sei chili e ora, poi ultraottantenne, centoventicinque. Per tutta la vita ha mantenuto una fisicità montagnosa. Impossibile non notarlo. Impossibile non riconoscerlo. Bud Spencer ha “riempito” i grandi schermi del pianeta con cazzotti e risate: i film da lui interpretati sono stati visti da Fidel Castro, come in tutti i Paesi Arabi e in Asia ha spopolato dopo Piedone ad Hong Kong. In Germania pullulano i fan club, mentre in Italia lo hanno finalmente omaggiato del David di Donatello alla carriera. Ma per chi ama lo sport rimane sempre il grandissimo nuotatore Carlo Pedersoli, il primo atleta nostrano a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero, campione nazionale per dieci anni consecutivi, all’inizio dei quali mosse le sue potenti bracciate per il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, quando le Fiamme oro non esistevano ancora ma sarebbero nate di lì a poco. Nonostante siano trascorsi tanti anni da quando Carlo vestì la tuta dai colori cremisi, il suo legame con la Polizia di Stato è ancora fortissimo. Forse perché si riconosce più come sportivo che come attore. Anzi in lui lo sportivo confligge con l’attore. Tanto che per rimettere le cose a posto c’è voluto un libro autobiografico, scritto assieme a Lorenzo De Luca per i tipi della Aliberti editore, Altrimenti mi arrabbio. Titolo minaccioso di cui Poliziamoderna chiede timorosamente conto al mitico Bud-Carlo in un incontro nello studio di Via Archimede a Roma.
Perché si dovrebbe arrabbiare? Lei ha avuto una vita ricchissima, è stato un grande sportivo, ha scritto canzoni, fatto lo sceneggiatore, costruito strade, guidato aeroplani, girato il mondo a ritmo di ciack…
Come spiego nel libro è Carlo Pedersoli ad arrabbiarsi con Bud Spencer che lo oscura, pigliandosi troppo spazio e troppi onori immeritatamente. Bud Spencer è nato perché il pubblico lo ha creato e ne ha decretato il successo ma non mi appartiene, mentre Carlo Pedersoli è stato pugilatore, lottatore, rugbysta e, infine, atleta acquatico di rango olimpionico (Helsinki, Melbourne, Roma,): dieci anni centravanti del Settebello, la nazionale di pallanuoto, il primo a scendere sotto il minuto nello stile libero. Ho dato tanto allo sport e lo sport ha dato tanto a me, insegnandomi principi e valori su cui ho fondato la mia esistenza.

Qual è l’insegnamento cardine avuto dall’attività agonistica?

Paradossalmente la mia prima grande vittoria nello sport è stata imparare a perdere. Saper accettare la sconfitta. Riconoscere la bravura dell’altro e, di contro, i miei limiti. Quindi lavorare su di essi per migliorarmi. Sono pilastri su cui si è basato il mio percorso di crescita come persona.

Alla celebrazione del Cinquantenario delle Fiamme oro nel 2004, ai festeggiamenti per le favolose medaglie conseguite alle Olimpiadi del 2008, come ad altre manifestazioni importanti, lei è stato invitato ed ha sempre partecipato. La Polizia di Stato le è affezionata, ricambiata, non c’è che dire, dallo stesso calore. Come se lo spiega?

Sicuramente perché la mia appartenenza ai gruppi sportivi della polizia – andavo ad allenarmi nella piscina della Caserma di via Guido Reni – è stata un’esperienza fondante, seppur breve. Lì ho imparato a unire lo spirito agonistico dello sport al senso della legalità, della correttezza e del coraggio. Perciò sono rimasto sempre un atleta in maglia cremisi, almeno nell’animo e nei comportamenti. Da allora la divisa rappresenta per me qualcosa di pulito che, purtroppo, nella mia terra natìa, il napoletano, si sta volatilizzando.

Però i successi in piscina non sono bastati ad accontentare Carlo Pedersoli?

No, infatti. A 28 anni mi strappai dai Parioli e dalle feste romane del sabato sera. Era troppo splendente e allo stesso tempo troppo scontato quello che mi succedeva. Io non sapevo se ero coraggioso, geloso, pavido, insicuro, invidioso, iroso… Fino a quel momento avevo vissuto nell’ovatta meravigliosa di campione, con belle donne, lussuosi alberghi, viaggi in tutto il mondo: mi sono dovuto mettere alla prova per capire me stesso. Perciò sono partito per il Venezuela andando a vendere automobili a Caracas, prima, e poi a lavorare per una società che costruiva strade in Amazzonia. Anni duri che mi hanno fatto scoprire chi fossi nel bene e nel male.

Tutti vorrebbero avere un amico come Bud Spencer che li proteggesse dalle ingiustizie. Nei film il suo personaggio è sempre dalla parte dei più deboli. È così anche nella vita?

Sì, ci sono diventano dopo quell’esperienza in Sudamerica. Tra i tanti premi, certificati, diplomi, fotografie con dediche importanti che sono in questa stanza quello a cui tengo di più è l’attestato d’investitura ad ambasciatore Unesco nel mondo per la difesa dei diritti umani in particolari dei bambini che sono fonte di verità e bellezza. Ho avuto la gioia di tre figli e cinque nipoti e amo passare il tempo con i più piccoli oltre a fare qualcosa per loro. Per esempio, ho appena terminato una campagna d’informazione sulle miopie gravi nelle scuole elementari, patrocinata dall’Unione italiana cechi. E adesso mi accingo a farne un’altra contro la droga. Ho già partecipato ad un incontro con il campione del pallone Ivan Cordoba, organizzato da Polizia di Stato e Ambasciata colombiana per lanciare una campagna contro la cocaina. Posso dire sinceramente che non mi sono mai drogato né ubriacato. Ho sempre voluto essere cosciente e lucido, preferendo assumermi la responsabilità dei miei sbagli: è il concetto che vorrei trasferire ai giovani.

Inevitabile chiederle quanto vede in pericolo lo sport a causa del doping.

Il colore della cocaina l’ho visto per la prima volta nella mia vita sul set di Piedone lo sbirro perché né in piscina né in altri ambienti agonistici ai miei tempi ho mai scoperto qualcuno a drogarsi. Purtroppo lo sport adesso è quasi finito, ormai è solo spettacolo, decine e decine di atleti si sono usurati e intossicati per la smania e l’ossessione di vincere. Perché in questo star system che è diventato lo sport chi arriva secondo è un imbecille. Trovo pericolosi tutti quei commenti esacerbati sulla nazionale di calcio alla World Cup: condannare i giocatori perché “devono” dare dei risultati significa pretendere che siano macchine, perfetti, infallibili. A un calciatore che costa 9 milioni di euro gli guardano in bocca come ai cavalli per vedere se ha problemi di salute, altrimenti non viene comprato… Non siamo forse ritornati al mercato degli schiavi?! Schiavi d’oro, in questo caso.

A primavera a lei e a Terence Hill è stato consegnato il David di Donatello quale riconoscimento della lunga carriera, dal ’67 al ’94, da attori di spaghetti western. Come spiega il successo di questo filone oltre che della vostra coppia?

Tengo più all’Unesco che al David, però ammetto che è stato un premio importante visto che in realtà non sono mai stato un attore professionista bensì un dilettante. Due anni dopo la serie di Trinità, il signor Mel Brooks fece lo sceriffo negro con la sella di Gucci in Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Per me e Terence Hill è stato un orgoglio aver creato un genere, il comic western, dove non moriva nessuno e nessuno si faceva male veramente. Durante le scazzottate tutti si rimettevano in piedi, senza spargimento di sangue. Il pubblico godeva del fatto che menavamo a tizi arroganti e prepotenti che se la prendevano con le donne, i bambini, gli anziani, i malati. Ma non c’era giustizialismo violento in questo. Era tutto comico pur non essendo né io né Terence realmente comici. Abbiamo copiato dal cinema muto, da Buster Keaton, Chaplin, Oliver Hardy che non parlavano però quello che facevano era comico: comicità gestuale, questo il nostro segreto. A noi ci veniva naturalmente.

Il cazzottone a rincarcagnata è l’unica arma, peraltro vincente, che sfodera nei film. Che rapporto ha avuto nella vita con pistole, fucili e coltelli?
Ho il porto d’armi e una pistola calibro 9 che sta smontata in seimila pezzi e i proiettili in un altro posto. Ma cerco di non usarla: prima vado con le mani. Mi conforta la forza fisica sviluppata con lo sport. Ne ho fatti di tutti i colori sono nato pugilatore, poi ho fatto il lottatore e il rugby. Le armi non le amo e in particolare leverei di mezzo tutti i cacciatori.

La fortunata serie di film con Piedone lo sbirro, il serial tv Detective Extralarge, in ultimo I delitti del cuoco. Molte sue fiction la vedono poliziotto. Se l’avesse fatto nella vita che tipo sarebbe stato?

Anni fa avrei fatto l’agente che sta in strada, come in molti miei film. Adesso con gli avanzamenti della scientifica, ma anche con l’avanzamento dell’età, mi affascinerebbe stare in laboratorio tra microscopi e apparecchi tecnologici. Pur non essendo un poliziotto nella mia esistenza di delinquenti ne ho incontrati molti, soprattutto in Sudamerica, quando lavoravo nella giungla amazzonica. Ho sperimentato che l’uomo tende a dimenticare, pur avendo fatto cose tremende si autogiustifica. Per cui ho coniato due aforismi “rivisitati”: Ave canem e cave caesar, Mangio ergo sum. In pratica quello a cui bisogna fare attenzione è l’uomo, l’unico animale veramente pericoloso per la sua stessa razza, perché la parte istintuale è sempre predominante nell’essere umano.

Visto che lei è un pilota provetto e ha posseduto una società di aeromotori, ci saremmo aspettati che avesse voluto fare l’elicotterista della Polizia di Stato…

Beh, certo sarei in grado. So pilotare il 212 e sono stato il primo ad usare il 412 appena uscito dalla fabbrica che è quello in dotazione alla polizia. Nel mio parco di aeroveicoli c’erano il 109, il dophen bimotore, l’ecureuil (lo scoiattolo). Poi ho anche competenza acquisita nella aereonautica. In tutto conto 2.000 ore di volo di cui 1.200 di jet e 800 di elica. Il club aereonautico mondiale mi ha conferito il diploma per aver sorvolato l’Atlantico in solitaria con un mezzo piccolo ad elica. Naturalmente a mia moglie quella volta dissi: «Cara sto via qualche giorno per sbrigare un affare in Canada».

Re dell’acqua e re dell’aria. E con le automobili come si comporta? Ha tutti i punti della patente?

Amo correre ma lo faccio solo nelle competizioni sportive. Ho disputato gare con la Renault, per esempio la Caracas-Maracaibo, il giro del Tigre in Venezuela. Mentre nella guida “civile” sono tranquillo. Ho tutti i punti della patente. Anzi sono una vittima della strada. Qualche anno fa mi hanno investito e rotto il femore ed ora ho una protesi di titanio.

Ha vissuto intensamente, cimentandosi in prove sportive e non. Nessun rimpianto?

Sì, uno. Il fatto di essere arrivato nono su 1.500 atleti alle Olimpiadi, che non è malaccio come risultato, ma sarei stato fra i primi 4 o 5 se non avessi fumato. Nello sport mi sono tolto grandi soddisfazioni, ho persino vinto un campionato di vela. L’unica cosa che non ho mai praticato è il calcio (ma non m’importa niente) e l’equitazione, per evidenti problemi di physique du role. Per il resto, forse mi manca da fare il cantante d’opera. Sebbene in campo musicale abbia prodotto diverse cose. Pochi sanno che ho scritto le parole di molte canzoni per Nico Fidenco e per Ornella Vanoni. Ad ottobre esce il mio primo cd autoprodotto. Tutte canzoni in napoletano. Napoli è sempre nel mio cuore.

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Fonte e immagini: Polizia di Stato

Oggi prova di sorvolo su Roma di due velivoli delle frecce tricolori

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Roma, 1 giugno 2016 – Due aerei MB-339 della Pattuglia Acrobatica Nazionale proveranno il sorvolo sui Fori Imperiali in vista della rivista militare per la Festa della Repubblica.

Nella tarda mattinata di oggi, mercoledì 1° giugno, due velivoli della Pattuglia Acrobatica Nazionale effettueranno una serie di sorvoli su Roma in preparazione del tradizionale passaggio tricolore della formazione al completo in programma domani per la Festa della Repubblica del 2 Giugno.

I velivoli MB-339PAN decolleranno, intorno alle 11,30, dalla base aerea di Pratica di Mare, dove da oggi il team è rischierato.

Per il 2 Giugno, il primo passaggio della formazione è in programma intorno alle 9,15 sull’Altare della Patria, per gli onori delle massime autorità al Sacello del Milite Ignoto; il secondo passaggio ci sarà invece al termine della rivista militare, intorno alle ore 11,00, per gli onori al Presidente della Repubblica. A dirigere da terra la formazione, come di consueto, ci sarà il comandante delle Frecce Tricolori, il tenente colonnello Jan Slangen, che dalla terrazza più alta del complesso monumentale del Vittoriano sarà in contatto radio con il capo formazione e gli altri velivoli del team.

Le “Frecce Tricolori” sono uno dei reparti di volo dell’Aeronautica Militare, con sede nell’aeroporto militare di Rivolto (Udine). Il reparto ha il compito di rappresentare, con le proprie esibizioni, le capacità degli uomini e le donne dell’Aeronautica Militare e di portare in alto nei cieli di tutto il mondo i colori dell’Italia.

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Fonte: Aeronautica Militare – Immagine: Ph. Monica Palermo

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