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Archivi del giorno: ottobre 9, 2014

Intervista al 1 maresciallo lgt Giampiero Monti. Una vita per la Patria

di Monica Palermo 

Roma, 09 ottobre 2014 – Giampiero Monti, 1° Maresciallo Lgt paracadutista, classe ’66, arruolato a maggio 1984 presso la Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo, quest’anno festeggia i suoi primi trent’anni di carriera militare. Per circa venti anni è stato nella Brigata Paracadutisti Folgore, per poi prestare servizio, dal 2009, presso l’ufficio militare dell’Ambasciata italiana a Washington USA. Ha partecipato a diverse missioni: Ibis in Somalia nel 1993, Enduring Freedom in Kosovo nel 1999 e nel 2001, Decisive Endevour in Kosovo nel 2003, Nilo in Sudan nel 2005. Attualmente in missione EUTM Somalia a Mogadiscio. È un pluridecorato, tra cui ricordiamo la Medaglia Argento al Valor Militare e la Medaglia d’Oro quale Vittima del Terrorismo (per i fatti d’armi del 2 luglio 1993 Check Point PASTA in Mogadiscio).

– Maresciallo, la sua è stata una carriera intensa, cosa l’ha spinta ad entrare nel mondo militare e cosa l’ha spinta a restarci?

Nella mia famiglia sono stato il settimo di dieci figli, sin dall’età di 10 anni ho cominciato a tenere in ordine il mio letto, il mio piccolo spazio all’interno dell’armadio condiviso con i fratelli e sorelle. Ho sempre rispettato le regole. Quando sono arrivato all’età di 16 anni, durante le scuole superiori, all’interno della scuola vidi un manifesto, dove c’era scritto “Arruolati volontario alla scuola allievi sottufficiali”. Sentii subito un’emozione incontrollabile, il mio battito cardiaco accelerò, mi dissi questa sarebbe stata la mia strada. Tornai a casa e ne parlai immediatamente con i miei genitori, che rimasero sbalorditi della mia scelta, in quanto nella mia famiglia nessuno si è mai avvicinato alle F.F.A.A. compresi i nonni. Arruolato a 17 anni, giorno dopo giorno cresceva in me la passione per la divisa, questo mondo è il mio mondo. Disciplina, regole, rispetto, Onore, fratellanza e Lealtà sono i codici del mio DNA. Dopo essere stato ferito in Somalia, mi offrirono la riforma, ovviamente non accettai, per me sarebbe stato come morire.

– Tutti conoscono ciò che accadde durante la battaglia del Check Point Pasta a Mogadiscio nel 1993, pochi forse sanno quali sono state le emozioni vissute in quel momento, fatta eccezione di chi le ha vissute, le va Maresciallo Monti di descriverle?

Quel giorno, per noi si ruppe un incantesimo, eravamo li per aiutare non per invadere. Da mesi portavamo aiuti umanitari, abbiamo costruito scuole, uffici e abbiamo ricevuto il ben servito. Quel giorno per quanto mi riguarda, ho raggiunto l’apice dell’essere soldato, in una frazione di secondi ho dovuto decidere se sparare o gettare l’arma, ho deciso di combattere perché sono un soldato, a offesa ugual difesa e io mi sono difeso. Non si possono descrivere alcune sensazioni perché sono cosi forti ed invasive che non le riesci a controllare.

– Chi è militare sa cosa vuol dire esserlo, ma per chi sta al di fuori di questa realtà, come descriverebbe un uomo/una donna, che indossano una divisa? Vi si immagina come dei Rambo sempre pronti all’azione, e così deve essere in ambito operativo, ma immagino abbiate anche un lato umano, con gioie e tristezze come tutti, come riesce a conciliare entrambi gli aspetti, o uno esclude l’altro?

Essere un soldato vuol dire sacrificare la propria vita incondizionatamente per la Patria. Sappiamo di dover poter mettere a rischio la nostra vita, e sottostiamo a delle regole che spesso potrebbero apparire “eccessive”, ma le rispettiamo, tutti noi amiamo mostrare con orgoglio il nostro tricolore fuori dal territorio italiano, siamo orgogliosi di essere italiani. Svolgiamo nella nostra quotidianità attività addestrative perché dobbiamo essere sempre pronti ad un’eventuale chiamata, oggi le Forze Armate dispongono di mezzi e strumenti altamente tecnologici e essere addestrati è il minimo che possiamo fare.

– Regole e disciplina, cosa significano per lei? Tutti potrebbero esserci portati o è uno stile di vita solo per alcuni privilegiati?

Regole e disciplina sono alla base del rispetto, innanzitutto per sé stessi. Non tutti sono portati al rispetto delle regole ma, come la vita insegna, chi non rispetta, innanzitutto non viene rispettato e non esiste mai lieto fine per costoro.

– Secondo Lei potrebbe essere di giovamento per i giovani il ripristino del servizio di leva? Molte sono ora le caserme che vengono dismesse, gli arruolamenti sono solo volontari, come potrebbe essere reinserito?

Molte caserme sono dismesse non perché abbiamo sospeso la leva, ma perché, come sappiamo, negli anni ‘90 con la fine della Guerra Fredda l’esigenza si è ridimensionata. Nella mia esperienza professionale ho avuto modo di lavorare con la leva, con il sistema misto ed ora con quello professionale. Vi sono dei vantaggi e degli svantaggi in tutte le formule. Certo, con l’aver sospeso la leva, abbiamo tolto la possibilità a generazioni di giovani di conoscere un mondo diverso da quello cui erano abituati, privandoli di una importante esperienza lontano da casa. È grave vedere dei giovani senza ideali, spesso egoisti, totalmente disinteressati al bene comune, attenti solo a tecnologie del tipo play station, cellulari ed altro, mi piace, invece, ascoltare i nostri padri come ricordano con ansia i bellissimi tempi del servizio di leva.

– Maresciallo Monti, lei è un pluridecorato, se la ricorda la sua sensazione quando ha ricevuto la sua prima medaglia, il suo primo riconoscimento? Cosa vuol dire ricevere una medaglia?

Un motivo di orgoglio, fierezza ma nello stesso tempo un peso, rappresentare un’alta decorazione come la mia vuol dire mostrarsi sempre impeccabile, dare l’esempio, essere in ogni momento un punto di riferimento per i più giovani e, perché no anche per gli anziani, non può che essere motivo di orgoglio.

– Viviamo un periodo storico in cui i valori si sono affievoliti, ci sta confusione, il concetto di Patria pare sia diventata astrazione, a meno che non si parli di calcio, diventa sempre più difficile riconoscersi in qualcosa e avere un ideale, lei cosa ne pensa?

Anche a tal proposito, con il servizio di leva, si provava a trasmettere dei valori, quegli stessi valori con i quali i nostri padri resero l‘Italia una nazione.

– Trent’anni di appartenenza non sono pochi, si potrebbe considerare un secondo matrimonio ben riuscito, ha mai avuto ripensamenti? Tornasse indietro farebbe qualcosa di diverso?

Nessun ripensamento, ne farei altri trenta al fine di trasmettere quei Valori di cui stiamo parlando. Rifarei tutto, non farei niente di diverso perché ciò che ho fatto mi viene riconosciuto nel giusto.

– Ci sta un aneddoto della sua carriera a cui è affezionato e le piacerebbe condividere con i nostri lettori?

Il 20 febbraio 1986 il mio primo lancio su CH47, gasatissimo per il primo lancio, appena 18 anni, condividevo i momenti con i miei fratelli di corso, tutta la mattinata a Tassignano (Lucca) a scherzare e raccontare l’emozione tra noi. In particolare c’era un leccese (futuro bersagliere che doveva fare solo tre lanci per abilitazione), a cui ero molto affezionato, diceva che non vedeva l’ora e prendeva in giro chi titubava. Saliti sul CH47, ero il terzo della fila, appena seduti guardavo con ammirazione, attraverso la rampa aperta dell’elicottero, il suolo che si allontanava, dopo circa tre minuti “ritti” mi alzai, il “leccese” davanti a me si gira e mi fa l’occhiolino. Siamo a 500 metri di quota, ci fanno agganciare la fune di vincolo, passano i secondi ed io non vedo l’ora di saltare, danno il via, il primo va via, il secondo (il leccese) non si muove, gli urlo “aoooooo movete” ma niente, era con lo sguardo nel vuoto, proprio lui che sfotteva gli altri, altri due tre secondi ed il lancio veniva annullato, cominciai a spingerlo in avanti fino a farlo giungere dal DL (direttore di lancio) che gli da una pacca alla gamba sinistra, in quel momento si riprende e salta, e io subito dopo di lui. Alla riconsegna del paracadute mi si avvicina e mi dice grazie “senza il tuo aiuto non sarei saltato”, gli rispondo “ora però ti metti davanti a tutti e cominci a pompare cantando… non son degno di Te”.

 

Grazie Maresciallo anche da parte dei nostri lettori. (Monica Palermo)

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Il caporalmaggiore capo dell’esercito Giulio Venditti circumnaviga in immersione subacquea l’isola di Ventotene

Fotografia: © Ph. Alessio Venturi / Esercito

Fotografia: © Ph. Alessio Venturi / Esercito

Ventotene (LT), 9 ottobre 2014 – Nell’arcipelago pontino martedì mattina alle 9.58 è partita l’impresa del caporal maggiore capo dell’Esercito Giulio Venditti, fondatore del Underwater Sfrix Project, e di Dario Santomauro, del Diving World Ventotene (primo diving ufficiale in Italia fondato nel 1978), con lo scopo di circumnavigare l’isola di Ventotene in immersione.

Per la prima volta, grazie anche al Diving World Ventotene altamente specializzato immersioni tecniche di questo tipo, i due sommozzatori hanno tentato con successo di circumnavigare l’isola di Ventotene in immersione.

È  stata una prova che ha permesso ai sub di mettere in pratica le conoscenze specialistiche acquisite sulla navigazione subacquea insieme alla padronanza e all’utilizzo degli equipaggiamenti e alle attrezzature specifiche che concretamente, potranno in seguito essere utilizzate in condizioni limite.

Fotografia: © Ph. Alessio Venturi / Esercito

Fotografia: © Ph. Alessio Venturi / Esercito

Giulio, caporal maggiore capo dell’Esercito Italiano e già paracadutista della Folgore, oggi componente del centro sportivo del raggruppamento logistico centrale dell’Esercito, è  partito dal porto romano di Ventotene, insieme al suo mentore Dario che gli ha trasmesso sia la sua passione per il mare che l’esperienza per le immersioni tecniche. Sono partiti dopo più di 6 mesi di allenamento che ha previsto un intenso lavoro isometrico in acqua e un’impegnativa preparazione fisica, patrocinati dalla Riserva naturale delle Isole di Ventotene e S. Stefano e con all’assistenza in mare fornita da due imbarcazioni, 

L’immersione è iniziata a circa 150 metri dalla costa e, percorrendo intorno all’isola una distanza superiore alle 5 miglia, si è conclusa dopo 4 ore e 3 minuti senza mai riemergere in superfice. I due istruttori hanno utilizzato due trascinatori subacquei a testa, uno primario e uno di emergenza.

Fotografia: © Ph. Salvatore Braca

Fotografia: © Ph. Salvatore Braca

L’immersione è stata realizzata con equipaggiamenti diversi, infatti Giulio ha avuto in dotazione un’attrezzatura a circuito aperto self contained e al seguito un bibombola e una bombola di bailout che ha portato con se fin dall’inizio della prova e  che gli ha permesso di essere autosufficiente durante tutto il circuito, Dario invece si è avvalso di un dispositivo a circuito chiuso rebreather, un respiratore che, riciclando il gas espirato attraverso dei filtri, prolunga la capacità di permanenza in immersione.

In caso di necessità, malori o malfunzionamenti sono stati predisposti sistemi di comunicazione che, raggiungendo la superficie in caso di necessita, avrebbero allertato il personale di soccorso.

Durante la prova sono stati lanciati in superficie, per tre volte, dei palloni di segnalazione con lo scopo di registrare l’esatta posizione dei sub, che rimasti a una profondità di 15 metri hanno successivamente ripreso il percorso.

La prova, convalidata da un cronometrista federale per essere ufficializzata, si è svolta con pieno successo.

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Fonte: Stato Maggiore dell'Esercito
Immagini: © Ph. Alessio Venturi/Esercito - © Ph. Salvatore Braca

Gibuti: primi 15 giorni di impiego operativo del Predator


Legnago: 45° raduno dei guastatori

Legnago, 9 ottobre 2014 – Sabato 04 ottobre nella caserma “Donato Briscese” di Legnago si è tenuto il 45° raduno nazionale dei guastatori. I guastatori di ieri e di oggi ancora  insieme alla “Briscese”.

Nel corso della sobria ma sentita cerimonia, il generale Andriella ha rievocato le gesta degli uomini appartenenti alla più ardita delle specialità del genio evidenziando il valore che ha sempre contraddistinto i guastatori di ieri e di oggi nell’adempimento del dovere fino all’esaltazione degli ideali di libertà e di Patria: “ai caduti e alle loro famiglie va il nostro commosso pensiero consapevoli che il loro sacrificio sia sempre da esempio per tutti noi“.

Il comandante di reggimento, colonnello Domenico D’Ortenzi, nel ringraziare i convenuti per l’affetto e la stima dimostrata, ha voluto sottolineare come l’impegno e la costanza dei radunisti contribuisce in maniera determinante a mantenere immutato lo spirito di corpo del sodalizio e rinsaldare il già forte legame tra personale in servizio e quello in congedo.

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Fonte: Esercito

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